p 230 .

Paragrafo 5 . La Scolastica.
     
Introduzione.

La  morte  di Agostino avviene nel momento in cui Ippona e l'Africa
settentrionale cadono nelle mani dei Vandali (430).
     Il dominio delle popolazioni germaniche sull'Occidente latino,
sebbene  non  rappresenti  la cancellazione  totale  della  cultura
classica, porta a una drastica riduzione della circolazione e della
conoscenza della sapienza greca, che aveva rappresentato la base su
cui  si  erano sviluppate la filosofia romana e la riflessione  dei
primi Padri della Chiesa.
     Relegata  nel chiuso dei chiostri dei conventi, la discussione
perde  progressivamente  di  vista i  riferimenti  della  filosofia
classica  e  si  incentra  sulla "riorganizzazione"  dei  frammenti
dell'antica   sapienza,  con  finalit  di  ordine   esclusivamente
pratico,  al  di fuori di ogni esame critico. Il Medioevo,  al  suo
nascere, sembra quasi rinunciare consapevolmente alla produzione di
un pensiero originale, come se tutto quello che era pensabile fosse
stato gi pensato e si dovesse solo conservarlo e trasmetterlo.
     Per  questa opera di trasmissione del sapere assumono un ruolo
fondamentale le scuole.
     Quando, nel 529, l'imperatore Giustiniano chiuse d'autorit la
Scuola  di Atene, venne meno quell'idea di "scuola filosofica"  che
abbiamo visto
     
     p 231 .
     
     nascere nelle colonie greche dell'Egeo con i primi fisici:  la
scuola  prima  di  tutto come luogo di produzione  del  sapere,  di
ricerca  della  verit,  di discussione  e  di  confronto;  e  poi,
corollario  non  indispensabile, come  luogo  di  trasmissione  del
sapere.
     La  scuola  medievale era, invece, prima  di  tutto  luogo  di
trasmissione del sapere, destinata alla formazione dei funzionari -
e per questo accettata anche dalle nuove popolazioni germaniche - e
del clero.
     Nel  782  Carlo, re dei Franchi, che si apprestava a diventare
il capo di un rinato Impero "romano" nell'Europa occidentale, fond
la  Scuola  Palatina  (da palatium, "palazzo",  perch  aveva  sede
presso  la  corte  regia). Nel progetto di Carlo, forse  ingenuo  e
ambizioso  allo stesso tempo, non era prevista solo la trasmissione
di  una cultura conservata e organizzata per puri scopi pratici, ma
la ripresa di una elaborazione originale che doveva dare all'Europa
cristiana una nuova coscienza di s.(56)
     Il  programma di Carlo rimase inattuato per quanto riguarda la
rinascita  di  una produzione filosofica originale,(57)  ma  favor
enormemente  lo sviluppo delle scuole: le norme che  regolavano  la
scuola  di  corte  furono estese a tutte le  sedi  vescovili  e  ai
monasteri, e l'istituzione scolastica fu aperta anche ad alunni non
destinati alla vita monastica.
     La  scuola carolingia  organizzata in tre livelli: il  primo,
elementare, dove si insegna a leggere e scrivere, si danno i  primi
rudimenti  di  latino e si introduce il giovane alla lettura  della
Bibbia  e  alla  liturgia; il secondo, medio,  che  consiste  nello
studio delle arti liberali (trivio e quadrivio)(58) e nella lettura
di alcuni autori pagani e cristiani; il terzo, superiore, destinato
esclusivamente allo studio della Sacra Scrittura.
     Alla  definizione  dei "piani di studio"  per  l'apprendimento
delle discipline sopra menzionate si affianca la formulazione delle
regole per la trasmissione del sapere.
     La  filosofia  scolastica,  cio  della  scuola,  nasce  e  si
sviluppa  proprio  partendo  da  quelle  definizioni  e  da  quelle
regole.(59)  Le opere dei filosofi medievali assumono la  forma  di
commentarii, expositiones, quaestiones e summae, cio di  strumenti
di  commento, chiarimento e sintesi delle conoscenze contenute  nei
libri  sacri  e profani. Il rischio pi grande per questo  tipo  di
cultura    quello  di  "fossilizzare" la  filosofia  nel  discorso
intorno a testi la cui autorit appare indiscussa e indiscutibile.

p 232 .

Il ruolo della teologia.
     
Lontana  dalla vivacit del dibattito della filosofia classica,  la
cultura delle scuole medievali vede nella rivelazione attraverso le
Sacre  Scritture  l'unica  forma di  Verit;  sensibile  al  grande
messaggio  agostiniano della indiscussa e indiscutibile superiorit
della  fede  rispetto all'umana ragione, quella  cultura  mette  se
stessa e le strutture della scuola al servizio della conoscenza  di
Dio.
     Il  problema  del  rapporto tra ragione e fede  scandisce  nei
secoli   la   storia   della  filosofia  scolastica:   la   fiducia
nell'accordo  pieno tra ragione e fede caratterizza  la  cosiddetta
alta Scolastica (nono-dodicesimo secolo); un accordo parziale,  che
comunque  non  implica  contrasti,  tipico  della  Scolastica  del
tredicesimo secolo; un contrasto sempre pi aperto e dichiarato tra
fede  e ragione  la peculiarit del periodo della decadenza  della
Scolastica (quattordicesimo-quindicesimo secolo).
     Nella  prima  fase  la  teologia   esposizione  della  Verit
rivelata  dalla Scrittura, in cui la ragione assolve a una funzione
di chiarificazione attraverso le proprie argomentazioni.
     Il  primato  della  fede sulla ragione    sintetizzato  dalla
formula credo ut intelligam ("credo per comprendere").
     Attraverso  questa opera chiarificatrice dei  contenuti  della
rivelazione  si vanno definendo i criteri per l'applicazione  delle
facolt della ragione ai dati della fede.
     
Abelardo.
     
Abelardo   fu  il  primo  ad  applicare  in  maniera   rigorosa   i
procedimenti  della dialettica(60) ai contenuti  della  rivelazione
cristiana,  che  comunque,  nel suo  pensiero,  mantiene  un  ruolo
centrale come unica fonte della Verit.
     La  Verit rivelata deve per essere sottoposta a una  analisi
rigorosa  da parte della filosofia. Questo nuovo atteggiamento  pu
essere  espresso dalla formula intelligo ut credam ("comprendo  per
credere").
     Lo strumento con cui la filosofia sottopone ad analisi critica
ogni affermazione, comprese quelle della teologia,  la logica, che
Abelardo  definisce  dux  universae  doctrinae  ("guida   di   ogni
sapere").
     La  logica, per Abelardo, non deve pi essere subordinata alla
metafisica; deve invece porsi sul suo stesso piano e integrarsi  ad
essa permettendoci in tal modo di conoscere la Verit. Naturalmente
queste due parti della filosofia, necessarie l'una all'altra, vanno
tenute  ben  distinte fra loro: la logica si occupa delle  modalit
dei ragionamenti, la metafisica ha come contenuto la realt.
     
Il problema degli universali.
     
Il  problema del rapporto fra discorso e realt  al centro  di  un
grande  dibattito  che  anim  la filosofia  medievale:  i  termini
universali del discorso, cio quelli che indicano genere e  specie,
come   animale,   uomo,  cane,  sostanza,  e  cos   via,   trovano
corrispondenza in una realt effettivamente esistente,  ad  esempio
come idee

p 233 .

presenti  nella  mente  di Dio, o sono piuttosto  puri  e  semplici
"suoni"   o   "segni"  ai  quali  non  corrisponde  alcuna   realt
universale?(61)
     Tra  i  maestri  di Abelardo sono da annoverare Roscellino  di
Compigne e Guglielmo di Champeaux, considerati i "campioni"  delle
due posizioni opposte sul problema degli universali.
     Roscellino  sosteneva che gli universali sono puri e  semplici
"nomi"  (da  cui  il  termine  nominalismo  per  indicare  la   sua
posizione);  le  uniche  realt esistenti sono  gli  individui;  la
realt  dei  nomi universali  solo quella del movimento  dell'aria
impiegata dalla voce per pronunciarli: essi sono flatus vocis.
     Sul  versante  opposto, Guglielmo di Champeaux era  un  acceso
sostenitore  della  realt degli universali  (la  sua  posizione  
definita realismo): rifacendosi al platonismo, egli affermava che i
termini   universali  del  discorso  rimandano  a   una   struttura
ontologica,  formata dalle sostanze universali,  che  trascende  il
mondo sensibile e che ha costituito il "modello" per la creazione.
     Abelardo non segu nessuno dei due maestri.
     Alla  tesi realista di Guglielmo egli poneva l'obiezione  che,
se esistono le sostanze universali, e le determinazioni individuali
sono  solo  accidenti, cio attributi non necessari, di  esse,  una
stessa  sostanza  si troverebbe a sostenere accidenti  e  attributi
contraddittori o addirittura opposti tra loro.(62)
     D'altro canto Abelardo rifiut anche la negazione assoluta  di
qualsiasi legame tra discorso e realt.
     Secondo  lui  il termine universale  prodotto per  astrazione
dalla conoscenza delle realt individuali: il nostro intelletto  si
sofferma  sugli aspetti simili o identici dei diversi  individui  e
produce una immagine comune.
     Questa  immagine  espressa da una parola, da un  suono,  vox,
che  una cosa del tutto diversa dalla realt cui si riferisce,  ma
che  rappresenta e significa (d significato a) qualcosa di  reale:
tutti  gli  enti ai quali pu essere attribuito come  predicato  lo
stesso  termine universale hanno in realt qualcosa in  comune.  Ad
esempio,  tutti gli uomini, i singoli individui, sono  diversi  tra
loro,  ma,  nel  loro  insieme, costituiscono l'unica  realt  uomo
esistente, dal momento che l'universale uomo non esiste come realt
in s; ma quando di ciascuno di quegli individui io dico "egli  un
uomo"  indico qualcosa di comune tra lui e tutti gli altri  uomini,
il  loro  status,  cio la loro condizione di  "essere  uomini".  E
questa condizione  reale.
     
Una teologia razionale.
     
L'accordo  e  il  legame proposto da Abelardo  tra  ragionamento  e
realt,  pur restando ferma la distinzione tra i due campi,  riapre
la  strada  a una funzione autonoma del pensiero umano, cio  della
filosofia. Realt e discorso non possono

p 234 .

contraddirsi,  come la Verit non pu essere in  contrasto  con  la
ragione.  Quest'ultima quindi pu sottoporre a esame critico  anche
gli  scritti  degli  antichi Padri della  Chiesa  e,  se  ci  sono,
rivelarne i contrasti e le contraddizioni.
     La  stessa  rivelazione divina pu esprimersi nella forma  del
ragionamento razionale.
     Bernardo di Chiaravalle, mistico cistercense strenuo difensore
del  carattere  sovrarazionale della  fede  cristiana,  si  scaglia
contro  Abelardo, ormai lontanissimo dal pensiero di Agostino,  che
replica  confermando che non si pu considerare  eresia  o  empiet
l'applicazione del metodo razionale alla ricerca teologica.
     Il Concilio di Sens, nel 1141, condann alcune delle posizioni
teologiche di Abelardo.
     Ma proprio le polemiche e le condanne, i dibattiti come quello
sugli   universali,  dimostrano  che  all'interno  della  filosofia
scolastica  non  ci  si accontenta pi della  conservazione  di  un
sapere  dato una volta per tutte. L' immenso lavoro per "sistemare"
e  "organizzare" la Verit continuer, ma nessun sistema e  nessuna
organizzazione  riusciranno a eliminare il dubbio, la  critica,  la
dialettica   nella  riflessione  sulla  Verit  e  su   Dio,   cio
sull'Eterno e sull'Immutabile.
     
Le  eresie,  i nuovi ordini monastici e la riscoperta  dei  testi
classici.
     
Abbiamo  gi  accennato  al  carattere dinamico  del  cristianesimo
occidentale in relazione al suo rapporto costante con la filosofia.
     Nell'alto  Medioevo si era affermato il concetto dell'autorit
espressa  dal  testo, sacro o profano, del cui  contenuto  non  era
lecito discutere; la Scolastica nasce proprio come trasmissione  di
questo  sapere "libresco". Eppure, anche nel momento meno  creativo
della  cultura  occidentale, nei secoli per  tanto  tempo  definiti
"bui",  non  si    mai  smesso  di  glossare,  di  commentare,  di
intervenire sui testi pure ritenuti intoccabili.
     E  ben  presto,  come  abbiamo  visto,  pur  non  mettendo  in
discussione il principio di autorit, si  rivendicato  il  diritto
all'analisi critica della dottrina della Chiesa che si  era  andata
formando dalla rivelazione del Nuovo Testamento attraverso le opere
dei Padri della Chiesa.
     Il Medioevo europeo  ricco di concili e di condanne: prima di
Abelardo  erano  stati colpiti molti altri pensatori  cristiani,  a
partire  da  Giovanni  Scoto Eriugena. E dopo  Abelardo  moltissimi
altri  saranno condannati. Eppure neanche mediante le  condanne  si
riesce   a  fissare  un  corpo  dottrinario  rigido:  le  posizioni
condannate   lasciano  comunque  una  traccia  e  il  cristianesimo
occidentale  accoglie, anche se spesso con riluttanza o addirittura
opponendo forti resistenze, le novit.
     
Gli eretici.
     
I secoli dodicesimo e tredicesimo videro fiorire in Europa una gran
quantit  di eresie, nate proprio dalla rivendicazione del  diritto
di interpretare le Scritture.
     
     p 235 .
     
     Gioacchino  da  Fiore,  attraverso  una  lettura  comparata  e
simbolica del Vecchio e del Nuovo Testamento aveva individuato  tre
periodi  all'interno  dei  quali si potevano  inquadrare  tutte  le
vicende  umane. I tre periodi riproducevano nella storia  dell'uomo
la  Trinit divina: all'et del Padre, che corrisponde alla  storia
degli Ebrei, ha fatto seguito l'et del Figlio, rappresentata da un
millennio di Chiesa cattolica, e ora - sostiene Gioacchino  -  sono
imminenti  tempi  nuovi,  l'avvento dell'et  dello  Spirito.  Alla
Chiesa  "carnale",  pellegrina tra gli  uomini,  come  aveva  detto
Agostino, si sarebbe sostituita una Chiesa tutta "spirituale".
     Le  profezie  di Gioacchino da Fiore esercitarono  una  grande
influenza sul misticismo del Duecento e del Trecento.
     Una  critica molto dura al carattere "terreno" della Chiesa  e
la  riscoperta  di  posizioni di tipo manicheo caratterizzarono  la
comunit  dei catari (puri), detti anche albigesi (dalla  citt  di
Albi,  in Provenza, dove nacque il movimento). Contro gli albigesi,
nel 1209, fu organizzata da papa Innocenzo terzo una vera e propria
crociata.
     Dalla critica alla Chiesa "mondana" prende spunto anche Pietro
Valdo che propone una pratica diretta della religiosit e quindi un
superamento  dell'istituzione  ecclesiastica.  Intorno  a  lui   si
raccolse un vasto movimento, quello dei valdesi, che in seguito  si
sarebbe trasformato in Chiesa evangelica di tipo calvinista.
     
Gli ordini mendicanti.
     
Il  carattere  dinamico della Chiesa occidentale  confermato,  nel
tredicesimo  secolo,  anche dalla fondazione di  due  nuovi  ordini
monastici,  i  francescani e i domenicani.  Svincolati  dai  grandi
monasteri,  saranno  presenti  soprattutto  nei  principali  centri
cittadini di tutta Europa.
     I  nuovi  ordini  nascono  per  rispondere  alle  esigenze  di
rinnovamento, prima di tutto morale, presenti nella Chiesa.
     I  seguaci  di  Francesco  di Assisi si  contrapponevano  agli
ordini monastici dell'epoca, che erano diventati gestori di terre e
patrimoni immensi: i francescani fondavano la loro vita sul rifiuto
dei  beni  materiali e sulla povert assoluta. Il loro nome,  frati
minori, sottolinea proprio il carattere popolare del movimento; con
il  termine  minores  si designavano infatti  gli  appartenenti  al
popolo emarginato delle citt.
     Lo spagnolo Domenico di Guzmn dette vita a un ordine che, pur
opponendosi come i francescani al monachesimo tradizionale, puntava
soprattutto  su un rinnovamento culturale del clero  cattolico  per
poter contrastare efficacemente la diffusione delle eresie.
     La   principale   attivit  dei  due  nuovi  ordini   era   la
predicazione; quindi la loro presenza, come abbiamo detto,  legata
alle  grandi  citt dove  possibile il contatto con  le  masse  di
fedeli.
     Nati  dal  bisogno di rinnovare la Chiesa sul piano  morale  e
religioso,   francescani  e  domenicani,  proprio   per   la   loro
frequentazione delle citt, entrano ben presto in contatto  con  le
istituzioni  culturali,  prime  fra  tutte  le  universit,  e   si
inseriscono  in  esse  diventando  i  protagonisti  delle   dispute
filosofiche che caratterizzano gli ultimi secoli del Medioevo.

p 236 .

La scoperta di Aristotele.
     
Fino  all'inizio  del dodicesimo secolo la conoscenza  diretta  dei
classici  del  pensiero greco , in Occidente, molto  limitata:  la
traduzione parziale del Timeo di Platone, quella delle Categorie  e
del De interpretatione di Aristotele, dell'Isagoge di Porfirio. Nel
corso   dello   stesso  secolo  viene  completata   la   traduzione
dell'Organon aristotelico e compaiono le traduzioni della Fisica  e
di   altri  libri  naturales,  quali  il  De  caelo,  il  Liber  de
animalibus, eccetera; nel tredicesimo secolo compaiono, in  diverse
traduzioni  parziali, la Metafisica, e quindi  i  libri  di  etica;
cosicch  verso  la  met  del  Duecento  quasi  tutto  il   corpus
aristotelico  conosciuto anche in Occidente.(63)
     Il  confronto  con  la  filosofia  pagana,  spesso  conosciuta
attraverso la mediazione degli arabi musulmani,(64) ripropone  alla
Chiesa il problema che il cristianesimo aveva dovuto gi affrontare
alle sue origini con i Padri apologisti, cio quello di trovare  un
modo   per   conciliare  le  verit  di  fede  con  la  riflessione
filosofica.
     All'inizio  ci  fu un tentativo di resistenza all'introduzione
dei   nuovi   testi,(65)  ma  ancora  una  volta  il  cristianesimo
occidentale  dimostrer la sua duttilit accettando ben  presto  di
inserire  il pensiero aristotelico nella propria dottrina,  pur  se
purgato e rielaborato.
     
Tommaso d'Aquino.
     
     Monaco  domenicano, Tommaso d'Aquino si propone  di  assolvere
fino  in  fondo  il compito che all'ordine aveva assegnato  il  suo
fondatore:  difendere,  con gli strumenti della  cultura,  la  fede
dagli attacchi dei suoi avversari.
     
L'uso della ragione per difendere la fede.
     
A  chi    nemico della fede non si pu opporre la fede stessa,  la
conoscenza  della Verit rivelata, perch questa   un  dono  della
grazia  evidentemente sconosciuto a chi alla  fede  si  oppone.  E'
necessario  quindi impostare il confronto su un terreno  comune  ai
due  contendenti,  il difensore e l'avversario della  fede:  questo
terreno  costituito dalla ragione naturale.
     Bisogna  ricorrere - scrive Tommaso - "alla ragione  naturale,
alla quale tutti sono costretti ad assentire"(66).
     Perch  l'assenso  alla  ragione naturale  sia  sufficiente  a
dimostrare la verit del contenuto della fede,  necessario che tra
fede e ragione vi sia accordo:
     
     p 237 .

     filosofia  e teologia sono due forme di conoscenza  diverse  e
autonome, ma fra loro non deve esistere contraddizione.
     La  filosofia, secondo Tommaso, ha dimostrato che non tutta la
Verit  riguardo  alle cose divine  conoscibile solo  grazie  alla
rivelazione: una parte di essa si pu raggiungere attraverso  l'uso
corretto della ragione. Se il mistero della natura di Dio si  svela
solo  a  chi  ha  fede, l'esistenza di Dio e la  sua  unicit  sono
dimostrabili attraverso un procedimento razionale.(67)
     
Verit di fede e verit di ragione.
     
Dunque  non  tutta la Verit riguardo a Dio, che  si  mostra  nella
rivelazione,    conoscibile attraverso la ragione,(68)  ma  alcuni
princpi    della   ragione   sono   incontrovertibilmente    veri,
"verissimi", come scrive Tommaso.(69)
     Per  scoprire la propria verit la filosofia segue un processo
completamente  diverso  da  quello  della  teologia:   parte   cio
dall'esperienza, dalla natura, per concludersi in Dio (o meglio, in
quegli  aspetti  di  Dio da essa conoscibili), mentre  la  teologia
parte da Dio e attraverso la conoscenza della Verit rivelata rende
conoscibili tutte le cose.(70)
     E' bene quindi chiarire questa distinzione e fissare un limite
al campo della filosofia, cio della verit di ragione, che non pu
includere tutte le cose che riguardano Dio, dal momento che  tra  i
filosofi  "si trovano certuni talmente boriosi del loro ingegno  da
credersi  capaci di poter comprendere totalmente la natura  divina:
infatti  per  costoro  vero tutto ci che capiscono e falso  tutto
ci che non capiscono"(71).
     
Le verit di ragione sono garantite dalla fede.
     
La  ragione umana, e, quindi, la filosofia, come strumenti  per  la
ricerca della Verit, non possono trovare un criterio di Verit  al
loro stesso interno. In altre

p 238 .

parole, i filosofi antichi, che pure hanno scoperto una parte della
Verit,  non  avevano gli strumenti per giudicare la  verit  delle
loro  scoperte: alcuni infatti hanno sopravvalutato le  possibilit
dell'intelletto umano e hanno pensato di poter conoscere il  Tutto,
altri  invece  hanno  addirittura  ritenuto  che  la  Verit  fosse
inconoscibile.
     Solo  la  fede pu giustificare le verit di ragione.  Chi  ha
conosciuto  la  natura  di Dio attraverso  la  rivelazione  sa  che
l'intelletto  umano,  come  tutte le cose  create,    un  prodotto
dell'intelletto   divino   e  che  "la  conoscenza   dei   princpi
naturalmente  noti  ci  infusa da Dio, in quanto  Dio    l'autore
della  nostra natura"(72). Dio  il fondamento della certezza della
conoscenza  umana. Se la filosofia sostiene qualcosa  di  contrario
alla  fede, si deve ritenere che essa, per superbia, abbia commesso
un  abuso e abbia cercato di conoscere ci che  al di fuori  della
sua portata.
     Solo  partendo  dalla certezza della rivelazione  Tommaso  pu
accettare  la veridicit della filosofia e delle altre scienze  che
comunque  forniscono un sapere inferiore: "La teologia infatti  non
prende i propri princpi dalle altre scienze, ma immediatamente  da
Dio  attraverso  la rivelazione. E perci non riceve  qualche  cosa
dalle altre scienze come discipline superiori, ma si serve di  esse
come scienze inferiori e ancelle"(73).
     La  filosofia e la sapienza per suo tramite acquisita possono,
quindi, secondo Tommaso, assolvere a tre compiti:
     a)   dimostrare  i  "preamboli  della  fede",  necessari  alla
conoscenza  per  fede,  ad esempio che Dio esiste  ed    uno:  per
credere   che  Ges    il  figlio  di  Dio    necessario  credere
nell'esistenza di Dio;
     b)  chiarire, mediante similitudini, cose pertinenti la  fede:
ad esempio, sant'Agostino si  servito di molte similitudini tratte
dalla filosofia per chiarire la questione della Trinit;
     c) confutare le obiezioni che si muovono alla fede.(74)
     
Le prove dell'esistenza di Dio.
     
Anselmo  d'Aosta,  un  monaco benedettino  dell'undicesimo  secolo,
autore  di  diverse opere miranti al chiarimento delle  discussioni
che  si  tenevano  tra  i  monaci, in una di  esse,  il  Proslogion
("colloquio"), fornisce argomenti per provare l'esistenza di Dio.
     Anselmo vuole andare al di l della semplice intuizione di Dio
e  cerca  nell'intelletto un aiuto per la fede:(75) la logica  deve
confermare  ci  che  la coscienza intuisce.  Egli  elabora  quindi
un'argomentazione,  da  Kant definita "argomento  ontologico",  che
parte  dalla  definizione di Dio come "qualcosa di  cui  nulla  pu
pensarsi  pi grande", per concludere che proprio nella definizione
si  trova la prova della sua esistenza: se infatti ci che pensiamo
come  la cosa pi grande e perfetta non esistesse, fosse ci  privo
dell'esistenza, potremmo comunque pensare qualcosa  di  ancora  pi
grande, che abbia fra i suoi attributi anche quello
     
     p 239 .

     dell'esistenza. La prova dell'esistenza di Dio sta  nel  fatto
che noi lo pensiamo.(76)
     Tommaso  d'Aquino sceglie un'altra via: egli  convinto,  come
abbiamo  gi  detto, che sia necessario fare ricorso all'intelletto
per  aprire  la strada alla fede e per difenderla; ma  deve  essere
chiaro  che  la dimostrazione dell'esistenza di Dio (e delle  altre
verit concernenti Dio e conoscibili con la ragione) non si rivolge
a  chi gi conosce Dio grazie alla fede,(77) bens a chi dalla fede
 lontano o addirittura a essa si oppone.
     In    questa    prospettiva    l'argomento    ontologico     
insufficiente;(78)  bisogna  percorrere  una   strada   che   nella
dimostrazione  prescinda  dal concetto  stesso  di  Dio,  perch  
proprio  ad  esso  che si deve arrivare. "Che  Dio  esiste"  scrive
Tommaso "si pu provare mediante cinque argomentazioni"(79).
     La  prima,  che    la  pi evidente,    quella  desunta  dal
movimento.   Riprendendo   quasi  alla  lettera   il   procedimento
aristotelico, Tommaso sostiene che:
     a)  i  sensi  attestano che in questo mondo le  cose  sono  in
movimento;
     b) ci che si muove  mosso da altro;
     c)  il  movimento    passaggio  dalla  potenza  all'atto.  Ad
esempio,  il  legno  calore in potenza e grazie al  fuoco  diventa
calore in atto;
     d)  il  movimento dalla potenza all'atto  causato  sempre  da
qualcosa che  in atto;
     e) non  possibile che una cosa sia, "nello stesso tempo e per
il medesimo rispetto", in atto e in potenza. Ad esempio, ci che  
caldo  in atto non pu essere caldo anche in potenza, ma in potenza
pu solo essere freddo;
     f)  una  cosa che si muove non pu essere quindi nello  stesso
momento movente e mossa;
     g)  ci  che si muove  mosso da altro e questo  mosso ancora
da altro;
     h) non si pu procedere all'infinito nell'ordine dei moventi e
dei mossi;(80)
     
     p 240 .
     
     i)   necessario quindi giungere a un Primo movente che non  
mosso da niente e che  causa di tutti i movimenti;
     l) questo movente immobile  chiamato Dio.(81)
     La  seconda  argomentazione fa leva  sulla  causa  efficiente:
attraverso  i  sensi  vediamo  nelle  cose  un  ordine   di   cause
efficienti; infatti  impossibile trovare una cosa che sia causa di
se  stessa. Nella serie delle cause efficienti, come in quella  dei
mossi  e  dei  moventi, "non  ragionevole procedere all'infinito",
dunque  "bisogna  porre  una  causa  efficiente  prima,  che  tutti
chiamano Dio".
     La   terza   via  parte  dalla  nozione  di  possibile   (cio
contingente) e di necessario. Ci sono cose che sono corruttibili  e
che  quindi hanno la possibilit di essere e di non essere; le cose
che hanno la possibilit di non essere, prima o poi si corrompono e
cessano  di essere, altrimenti sarebbero incorruttibili.  Se  tutto
assolutamente  fosse  contingente, avesse cio  la  possibilit  di
essere  o  di non essere, "nulla ora potrebbe sussistere". Dobbiamo
allora  "porre  qualcosa che sia fuori della  possibilit  del  non
essere,  cio un che necessariamente esistente". E questo  non  pu
che essere Dio.
     "La quarta via  quella della considerazione dei diversi gradi
di esistenza delle cose". Si osserva che certe cose sono pi o meno
perfette  di altre e il grado di perfezione viene stabilito  sempre
attraverso un confronto, tra le cose stesse e tra loro e un  valore
assoluto. "Come, dunque, esiste nelle cose un primo assoluto,  come
ad  esempio  il  fuoco   primo nel genere del  calore,  cos  deve
esistere  un  essere che sia principio e causa  di  ogni  grado  di
essere". E questo non pu che essere Dio.
     La quinta argomentazione prende in considerazione la finalit.
Si  pu  osservare  che  i corpi naturali, privi  di  intelligenza,
compiono azioni e movimenti ordinati allo scopo della loro  natura;
ad esempio, gli uccelli intessono i nidi sempre nello stesso modo e
difendono  la  prole sempre con i medesimi gesti. Ora,  ci  che  
privo  di intelligenza pu volgersi a un fine solo se  diretto  da
una intelligenza, come una freccia  diretta dall'arciere. "Bisogna
quindi ammettere una intelligenza che dirige al naturale fine tutte
le cose e questa non pu essere che quella di Dio".
     
Il Dio della rivelazione.
     
Avere  dimostrato  l'esistenza di Dio, con i cinque  attributi  che
abbiamo  visto sopra, non significa essere arrivati alla conoscenza
del Dio che si  rivelato nelle Scritture e incarnato in Cristo. Si
sono  semplicemente  posti i preamboli.  La  ragione  pu  comunque
fornire un contributo ulteriore aiutandoci a scoprire gli attributi
della divinit.
     Se  tutte le cose provengono da Dio, che ne  causa, motore  e
ordinatore, esse non esistono per s, ma per un intervento  divino.
Dio  solo  esiste  per s, mentre le cose del  mondo  esistono  per
altro, cio grazie alla creazione. Anche la materia, come tutti gli
altri enti, esiste in quanto creata.
     
     p 241 .
     
     Usando  la ragione abbiamo fatto un altro passo verso  il  Dio
della rivelazione: la materia non  eterna, come volevano Platone e
Aristotele, non  una realt parallela all'eternit di Dio, ma come
tutte  le  altre  cose che esistono  stata creata ex  nihilo,  dal
nulla, come insegna anche la Scrittura.
     Le  cose  create,  in  quanto create,  partecipano  all'essere
divino.  Se  le cose ricevono il loro essere da Dio, gli  attributi
che riscontriamo in esse non possono non ricondurre alla natura  di
Dio: la ragione pu avvicinarsi ulteriormente alla conoscenza della
natura divina seguendo due strade.
     La  prima  una via negativa e consiste nell'escludere da  Dio
tutte    le    imperfezioni   presenti   nelle   cose   create    e
nell'attribuirgli quanto da quelle imperfezioni    negato:  se  le
creature  sono  mortali, Dio sar eterno, se sono  sottoposte  alla
divisione  della  molteplicit, Dio sar uno, se le  creature  sono
materia, Dio sar spirito.
     La  seconda  una via positiva e ci impone di attribuire a Dio
quanto di buono c' nelle creature, come l'intelligenza, la volont
e  la  stessa bont. Naturalmente queste caratteristiche, che nelle
creature sono finite e limitate, in Dio sono infinite.
     Nemmeno  questo  sforzo  della ragione  ci  consente  per  di
arrivare  alla conoscenza del Dio della rivelazione. Fin qui  si  
parlato di Dio in relazione al suo rapporto con il mondo di  cui  
il  creatore  e  in cui si rispecchia una parte della  sua  natura.
Questo  quanto Tommaso chiama teologia naturale.
     A  questo punto  indispensabile rivolgersi direttamente  alla
rivelazione  e  alla  fede che con essa pu completare  il  cammino
intrapreso dalla ragione. Solo cos possiamo accogliere il  mistero
della  Trinit, l'incarnazione e la resurrezione di  Ges,  cio  i
contenuti della teologia rivelata.
     Di  fronte  alla Verit della rivelazione, Tommaso non  chiede
alla  ragione  di  farsi da parte, perch egli   convinto  che  la
ragione, anche se non pu arrivare a comprendere quella Verit, pu
comprendere benissimo che in essa non vi  nulla di contrario  alla
sua  natura,  cio  di irrazionale: le conclusioni  della  teologia
rivelata non sono incompatibili con le conclusioni della filosofia.
     
La forza del tomismo.
     
Il  tomismo,  cio  il pensiero di Tommaso, porta  all'interno  del
cristianesimo  e  della  Chiesa una forza straordinaria:  la  forza
della  ragione.  Tommaso  esalta  la  filosofia  che    fonte   di
conoscenza  non solo delle cose umane, ma di gran parte  di  quelle
divine. E quando la Verit, con la rivelazione, impone il salto  di
qualit  della  fede,  egli  non  lascia  la  filosofia,  come  una
"ancella",  fuori  della  porta, come ci  si  aspetterebbe,  ma  la
conduce con s come una compagna. La Verit del cristianesimo,  che
al  suo  apparire si era contrapposta all'epistme dei Greci (vista
come stoltezza davanti a Dio), grazie a Tommaso si salda con essa.
     Il cristianesimo, con Tommaso, accoglie in s il sapere umano,
gli  d  dignit  e,  attraverso esso, d dignit  filosofica  alla
rivelazione:  chi presta fede a questa Verit non  pu  pi  essere
tacciato  di  essere un credulone o un bambino che  d  retta  alle
favole.(82)
     
     p 242 .
     
     Con   il   tomismo   si  riafferma  in  Occidente   la   forza
dell'epistme greca che, saldandosi alla Verit rivelata,  rafforza
il  carattere universale del cristianesimo. Fino dalla sua  nascita
la nuova religione aveva esaltato l'ecumenismo rivolgendosi a tutti
gli  uomini  e  indicando loro la via della  salvezza;  adesso  pu
estendere  la  sua  autorit a tutte le cose, da quelle  divine,  a
quelle degli uomini, a quelle della natura. Il cristianesimo, e per
esso  la  Chiesa, ha l'autorit di decidere della salvezza e  della
perdizione, del bene e del male, del vero e del falso,  rispetto  a
tutto,  alle questioni di fede, a quelle di politica, a  quelle  di
scienza.
     Dopo   Tommaso   la   filosofia  cristiana   diventa   davvero
scolastica:  il  suo grande sforzo creativo e di  sistemazione  del
sapere ha dato alla Chiesa e al cristianesimo un efficace strumento
di  potere  e  di  controllo, che vale la pena  conservare  il  pi
inalterato possibile e il pi a lungo possibile.
     In  nome di Tommaso (e di Aristotele), ma contro lo spirito di
Tommaso (e di Aristotele) - che erano stati due uomini aperti  alla
ricerca   e  disponibili  ad  accettare  le  novit  -,  l'epistme
cristiana  decreter, secoli dopo, con il Concilio di Trento  e  il
Sant'Uffizio, la condanna di Copernico, di Bruno, di Galileo,  come
aveva condannato il De Monarchia di Dante Alighieri.
     Per altri versi, per, si deve anche dire che lo "spirito"  di
Tommaso  ha  continuato  a  operare nella Chiesa  cattolica,  nella
misura  in cui essa  stata in grado di confrontarsi con le  novit
che  man  mano  venivano maturando nella cultura occidentale  e  di
recepirne,  anche  se  fra contrasti laceranti  e  per  lo  pi  in
ritardo, gli elementi che riteneva positivi.
     Il  grande  sforzo  di Tommaso di unificare filosofia  e  fede
nella  conoscenza  di un'unica Verit incontr resistenze  e  anche
notevoli  opposizioni all'interno della Chiesa.(83) Contro  la  sua
concezione si form, infatti, una forte corrente tesa a liberare la
fede da qualsiasi tipo di ingerenza da parte della filosofia.
     La  tendenza  a  separare  la fede  dalla  ragione  avr  come
conseguenza la restituzione di una certa autonomia alla  filosofia.
Paradossalmente, i difensori della superiorit assoluta della  fede
aprono in questo modo la via alla nascita della scienza moderna.

Bonaventura da Bagnoregio.
     
Bonaventura da Bagnoregio, francescano, fu un esponente  di  spicco
dell'Universit  di  Parigi. Nonostante  la  riluttanza  dei  frati
minori   a  impegnarsi  in  centri  di  potere  mondano  quali   le
universit,  egli comprese che anche per la Chiesa  era  importante
confrontarsi  con  tutti i problemi sollevati dalla  cultura  laica
oltre che dalla riflessione strettamente religiosa; divenne cos il
primo   grande  rappresentante  di  una  vera  e  propria   "scuola
teologica".
     
     p 243 .
     
     Contemporaneo  di  Tommaso, gli oppose la convinzione  che  la
sapienza  cristiana  si costruisce esclusivamente  sulla  fede.  La
filosofia  ha  un suo proprio e specifico oggetto costituito  dagli
oggetti  della  natura  conoscibili dalla ragione,  ma  nemmeno  su
questo  oggetto  la filosofia pu pretendere di  avere  un  dominio
assoluto.  Bonaventura si rende conto che lasciare  autonomia  alla
ragione,  seppure  in un ambito ristretto e limitato,  pu  portare
alla nascita di due forme di sapienza tra loro contrapposte, e cos
afferma  che  "la  scienza filosofica   via  che  porta  ad  altre
scienze; ma chi vuole fermarsi ad essa, cade nelle tenebre": esiste
una sola sapienza ed  quella rivelata dalla Scrittura.(84)
     In  quest'ottica  la conoscenza della Verit ha  solamente  un
fine,  la  salvezza  e, per ottenerla, l'uomo dispone  di  un  solo
mezzo, la pratica del bene: "L'abito teologico [cio la scienza del
teologo]    una grazia di contemplazione [...] affinch diventiamo
buoni"(85).
     La   conoscenza  di  cui  parla  Bonaventura,   sulla   scorta
dell'insegnamento  di  Agostino,  incentrata  sull'amore  e  sulla
ricerca  di  Dio.  L'uomo  stato creato per  contemplare  Dio;  il
peccato  originale gli ha tolto questa possibilit, ma una  traccia
di   quella   prima  visione,  del  contatto  diretto  dei   nostri
progenitori con il creatore,  rimasta impressa nella nostra  mente
e  ci  spinge  a cercare la sapienza e la Verit che  sono  in  Dio
proprio perch sappiamo che Dio esiste. L'esistenza di Dio  non  ha
bisogno  di  alcuna dimostrazione, perch la conoscenza  di  Dio  
innata nella mente umana.
     Il  concetto di sapienza appare di nuovo estremamente  lontano
dalla sapienza dei Greci; come in Paolo di Tarso, lo stolto davanti
agli  uomini pu essere sapiente davanti a Dio: "Invito il  lettore
in  primo  luogo al gemito e alla preghiera, fatta a nome  di  Ges
crocifisso, il cui sangue ci purifica da ogni sozzura. Che egli non
abbia   a  credere  che  basti  la  lettura  senza  l'unzione,   la
speculazione   senza  la  devozione,  la  scienza  senza   l'amore,
l'intelligenza senza l'umilt, lo studio senza la grazia divina, lo
specchio senza la luce soprannaturale della divina sapienza"(86).
     
Ruggero Bacone.
     
Tra  i maestri che insegnano a Parigi nella prima met del Duecento
troviamo   anche   Ruggero  Bacone  (Roger   Bacon).   Appartenente
all'ordine  francescano, era fermamente convinto che la  conoscenza
di  Dio avviene attraverso la sua diretta illuminazione e che tutto
il sapere deve essere indirizzato a Dio.(87)
     Dopo avere affermato che "il sapere, considerato in se stesso,
  di nessuna utilit" ai fini della salvezza dell'anima e che  "la
teologia  la pi nobile
     
     p 244 .

     delle  scienze"(88), Bacone elabora, per la prima volta  nella
storia  del  pensiero cristiano, un progetto di ricerca scientifica
originale e autonomo rispetto alla teologia.
     Tommaso non avrebbe mai accettato che il sapere raggiunto  con
la  ragione  naturale  fosse definito "di nessuna  utilit".  Ma  
proprio la radicalit della posizione di Bacone rispetto alla  fede
ad aprire gli spazi a una ricerca scientifica autonoma: non potendo
aggiungere nulla alla conoscenza delle cose divine, la scienza  pu
sottrarsi a controlli di tipo dogmatico.
     Ogni   forma   di  conoscenza  -  afferma  Bacone   -   deriva
dall'esperienza.  Esistono, per, due tipi  di  esperienza:  quella
interna,  con la quale cogliamo l'illuminazione interiore  e  dalla
quale  parte la nostra ricerca di Dio che pu concludersi  soltanto
con  un'esperienza mistica; quella esterna, che sta alla base delle
scienze naturali.
     La  conoscenza  scientifica  si fonda  quindi  sull'esperienza
esterna;    senza   di   essa   "niente   pu   essere   conosciuto
sufficientemente"(89).  Due  sono  i  mezzi   del   conoscere:   la
dimostrazione e l'esperimento. La dimostrazione logica e  razionale
da  sola  non  per sufficiente a togliere il dubbio e a dare  una
visione certa della verit: se noi, avendo davanti un uomo che  non
ha  mai visto il fuoco, gli dimostriamo con argomentazioni rigorose
che  il fuoco brucia e attacca e distrugge le cose con cui viene  a
contatto,  possiamo  essere  certi che il  nostro  ascoltatore  non
eviter il fuoco prima di avervi avvicinato la mano, o qualcosa  di
combustibile,  e avere provato con l'esperienza ci che  le  nostre
argomentazioni gli avevano insegnato.(90)
     Il fondamento di tutte le scienze  la matematica, perch essa
raccoglie al suo interno dimostrazione ed esperimento e quindi  in
grado  di fornirci una "verit senza errore" e una "certezza  senza
dubbio";  le dimostrazioni matematiche forniscono sempre "l'esempio
sensibile":  infatti  "facendo figure e  numerando"  tutto  diventa
chiaro anche ai sensi.(91)
     Le  scienze - scrive Bacone - non vanno affrontate, come si fa
comunemente,  con argomenti dialettici e sofistici, "ma  attraverso
le dimostrazioni matematiche, che vengono applicate nelle verit  e
nelle trattazioni delle altre scienze"(92).
     
Giovanni Duns Scoto.
     
Sulla  strada  aperta  da Ruggero Bacone si muove  anche  un  altro
francescano,  Giovanni  Duns, detto Scoto perch  originario  della
Scozia.
     La superiorit della fede sulle conoscenze della ragione viene
rigorosamente confermata: il sapere derivante dalla fede " di gran
lunga pi nobile di ogni scienza acquisita"(93).
     La teologia, che ha per oggetto la Verit rivelata, non solo 
superiore a tutte le altre scienze, ma - come scrive Duns Scoto - 
"pi nobile", cio di
     
     p 245 .
     
     natura diversa; la "scientificit" della teologia  quindi del
tutto  particolare:  non mira a svelare la realt,  come  fanno  le
altre  scienze e prima fra tutte la filosofia, perch  la  possiede
gi,  ma  a  indicare  all'uomo la via della  salvezza  eterna.  La
teologia  quindi scienza eminentemente pratica.(94)
     La  teologia non aggiunge nulla a un sapere gi dato e il  suo
compito    quello  di analizzare e illustrare la Verit  contenuta
nelle  Scritture;  per  questo  Duns  Scoto  la  definisce  scienza
argomentativa:(95)   i  "discorsi"  della  teologia   espongono   e
organizzano   princpi  gi  noti,  le  conclusioni  del   discorso
teologico sono gi contenute nelle sue premesse.
     Se  questa   la teologia, altra cosa  la filosofia:  innanzi
tutto  essa  si  rivolge  a qualcosa che non    gi  noto,  quindi
produce,  man mano che scopre la verit, un aumento del sapere;  le
sue  conclusioni non sono gi implicite nelle premesse. In  secondo
luogo   il   suo  metodo    basato  sull'induzione,   parte   cio
dall'esperienza  di casi particolari per arrivare a  considerazioni
di tipo generale.
     
Libert e necessit.
     
Perch  il  procedimento  induttivo sia efficace  bisogna  che  gli
oggetti che esso indaga siano regolati dalla legge della necessit.
Non possiamo infatti avere esperienza di tutti gli individui di una
specie o di tutte le manifestazioni di un fenomeno; se dall'analisi
di  molti  casi particolari si traggono delle conclusioni generali,
perch queste siano vere bisogna che nessun caso particolare -  tra
quelli  non  analizzati (ne abbiamo visti molti, ma  non  tutti)  -
possa   liberamente   e  volontariamente  contraddire   le   nostre
conclusioni.
     Ad  esempio, dall'osservazione di un certo numero  di  eclissi
lunari   arriviamo   alla  conclusione  che   esse   sono   causate
dall'interposizione  di  un corpo opaco tra  la  Luna  e  il  Sole;
attraverso una ulteriore analisi individuiamo che quel corpo  opaco
  la  Terra  e  quindi  concludiamo  che  si    verificata  e  si
verificher  una eclissi ogni qualvolta la Terra si interporr  fra
il  Sole  e  la Luna. Calcolando i moti degli astri sar  possibile
individuare  il  momento delle eclissi passate e  anche  di  quelle
future.  Tutto questo presuppone che gli astri non siano liberi  di
muoversi  a  loro  piacimento, variando le loro orbite  e  la  loro
velocit. La scienza pu conoscere solo ci che  necessario. Tutto
quanto  cade  invece  sotto il dominio della  libert  esula  dalla
ricerca scientifica.
     Come  si  vede, Giovanni Duns Scoto, anticipando un  principio
fondamentale  del  pensiero di Kant(96),  restringe  il  campo  del
sapere scientifico, lasciando fuori da esso tutto quanto riguarda i
fini, i doveri, la volont.

p 246 .

Libert e volont.
     
Fini,  doveri e volont presuppongono la libert e, prima di  tutto
la libert di Dio.
     Se  le  leggi che regolano l'universo e i suoi movimenti  sono
necessarie, non si deve pensare che esse condizionino la libert  e
la  volont  di Dio: esse sono cos, perch Dio liberamente  le  ha
volute  tali.  E  lo stesso discorso vale per le leggi  morali  che
regolano  i  rapporti  fra gli uomini: Dio avrebbe  potuto  imporre
norme    diverse    e   anche   contrarie   a   quelle    contenute
nell'insegnamento  della  Scrittura. Si  pensi,  ad  esempio,  alla
vicenda  di  Abramo,  al quale Dio ordina di  uccidere  il  proprio
figlio  Isacco:  di violare, cio, una norma del  Decalogo.  Ma  in
campo  morale  anche gli uomini sono liberi e le loro  scelte  sono
determinate dalla volont: Abramo sceglie liberamente di obbedire a
Dio e per questo l'angelo del signore ferma la sua mano che sta per
sacrificare il figlio: Dio, infatti, vuole esclusivamente il Bene.
     La  riduzione dell'ambito della conoscenza scientifica implica
quindi,  per  Giovanni Duns Scoto, un ampliamento di  quello  della
libert  di Dio e degli uomini, rendendo questi ultimi protagonisti
della  propria  salvezza. Al primato della fede  sulla  scienza  si
affianca  il primato della volont sull'intelletto, che  non    in
grado di dare norme in campo morale.
     
Guglielmo di Ockham.
     
La  separazione  netta  tra  il campo della  fede  e  quello  delle
attivit terrene (incluse le scienze e la filosofia) sta alla  base
del  pensiero  di  un  altro francescano,  l'inglese  Guglielmo  di
Ockham.
     Come  per  Duns Scoto, anche per Ockham  prioritario liberare
la  fede da qualsiasi vincolo mondano, dalle "interpretazioni"  che
la  ragione  pu  darne  e,  al tempo stesso,  dalle  "istituzioni"
terrene in cui la Chiesa si  trovata invischiata. La comunit  dei
cristiani,   infatti,  non  pu  essere  che  comunit   di   fede,
interessata solo ai problemi spirituali.
     Lo spiritualismo di Ockham, favorevole a una separazione netta
fra   potere   laico   e   potere  ecclesiastico   (da   esercitare
esclusivamente  in  campo spirituale), riflette  la  posizione  dei
francescani,  soprattutto della corrente  degli  spirituali,(97)  e
rappresenta nei fatti un oggettivo elemento di sostegno  all'Impero
nella sua lotta contro il potere ecclesiastico.(98)
     
Assoluta libert di Dio.
     
Ancora  pi  di  Duns  Scoto, Guglielmo  di  Ockham  insiste  sulla
assoluta libert di Dio, la cui volont non pu essere vincolata da
nulla: qualunque cosa egli vuole  buona e giusta; la sua volont 
l'unica norma che vale, in Cielo e sulla

p 247 .

Terra,  secondo  la  preghiera insegnata  dallo  stesso  Ges  agli
uomini, fiat voluntas tua, "sia fatta la tua volont".
     Ci che implica contraddizione "secondo la scienza naturale" e
secondo  il pensiero di Aristotele e di tutti i filosofi antichi  e
moderni, non  contraddittorio in Dio.(99)
     L'unica via da seguire, rispetto alle questioni che riguardano
la  fede  e Dio, consiste nel rinunciare completamente alla ragione
naturale   e   nell'affidarsi  totalmente  all'insegnamento   della
Chiesa.(100)
     
La scienza  conoscenza di verit necessarie.
     
Anche  Ockham    convinto  che sia  conoscibile  solo  ci  che  
necessario,  che  non  potrebbe essere  altrimenti  da  quello  che
.(101)
     Le  uniche  cose che rispondono a questa condizione  sono  gli
enti individuali di cui abbiamo esperienza diretta.
     Ma  anche  di ci che sperimentiamo non possiamo affermare  di
conoscere le cause:  innegabile che ogni volta che avviciniamo  il
fuoco  a  un  combustibile  questo  si  incendi,  ma  non  possiamo
assolutamente  essere certi che la causa della combustione  sia  il
fuoco  perch  "Dio  avrebbe potuto ordinare  che  [...]  egli  [il
combustibile]  soltanto  causasse  la  combustione,   come   ordin
mediante la Chiesa che alla pronunzia di certe parole venga causata
la grazia nell'anima"(102).
     L'unica  scienza  possibile  ,  quindi,  quella  relativa  ai
singoli  enti, ciascuno separato dagli altri, che per  esistere  ed
essere  conosciuti non hanno bisogno di nient'altro al di fuori  di
se stessi.
     Come  i sofisti e gli scettici, Ockham nega la possibilit  di
conoscere una qualsiasi forma di Verit universale.
     
Il nominalismo.
     
Riprendendo  e  portando alle estreme conseguenze le  posizioni  di
Roscellino,(103)  Ockham sostiene, rispetto  alla  questione  degli
universali, un nominalismo radicale.
     Gli  universali non hanno nessun contenuto di  realt,  e  per
giunta  non  esistono nemmeno come astrazione -  come  voleva  Duns
Scoto - conseguente a un processo di generalizzazione delle singole
esperienze. Gli universali non esistono,
     
     p 248 .

     quindi, nemmeno come concetti, cio come strumenti della mente
per  cogliere  ci  che   comune a diversi enti:  in  questo  caso
l'universale  qualcosa che si frappone tra l'intelletto e gli enti
e,  in quanto diverso da questi, non pu farceli conoscere. Quando,
ad  esempio,  muoviamo un carbone ardente servendoci  delle  molle,
questo  strumento che consente un "rapporto" con il  fuoco  non  ne
garantisce affatto la "conoscenza", anzi la impedisce, visto che le
molle servono per evitare l'esperienza della natura ardente di quel
carbone.
     Il  molteplice,  per Ockham, non pu quindi essere  ridotto  a
nessuna forma di unit. Gli universali sono semplicemente un  segno
che "sta al posto" di un gruppo di individui.
     Guglielmo  di  Ockham  chiama suppositio ("supposizione")(104)
questo  "stare al posto", "stare per". Il segno "universale",  cio
che  raggruppa  un certo numero di enti individuali,  segue  sempre
l'esperienza  e  viene  imposto arbitrariamente  (ad  placitum,  "a
piacere"): non ha cio nessun legame reale con le cose  che  sta  a
significare.
     Il  linguaggio,  quindi,  pura e semplice  convenzione,  cio
apposizione  arbitraria, a posteriori(105), di segni  a  esperienze
individuali  e  a gruppi di esperienze individuali: i  segni  hanno
significato  solo per chi ha compiuto l'esperienza,  consentono  di
riconoscere,  ma  non di conoscere. La parola  fuoco,  ad  esempio,
significa  qualcosa solo per chi ha sperimentato  il  fuoco,  ma  
assolutamente  priva di significato per chi non  ha  mai  visto  il
fuoco.
     
L'autonomia della logica.
     
L'empirismo,   cio   la   conoscenza  che  deriva   esclusivamente
dall'esperienza,   non   esclude  la   formulazione   di   discorsi
"universali" e l'analisi di questi discorsi, cio la logica.  Anzi,
Ockham  riconosce  grande  valore alla  logica,  la  definisce  "il
migliore  strumento delle arti", e d un grande contributo  al  suo
sviluppo.
     La  logica  considera  e mette in rapporto  fra  loro  i  vari
termini,  i segni che "stanno per" gli enti reali, ma che non  sono
assolutamente   quegli  enti;  quindi  la  logica   non   considera
assolutamente la realt, ma una struttura convenzionale.
     Se  la logica si riferisce a una struttura convenzionale,  non
diverso    il  discorso  sulla scienza e  sulle  sue  formulazioni
"universali": essa  solamente una forma di linguaggio,  quindi  ha
per  oggetto  "non le cose, ma i contenuti mentali  che  stanno  al
posto delle cose"(106).
     Non si deve comunque credere che tra le operazioni con i segni
e   la   struttura  delle  cose  reali  esista  una  corrispondenza
biunivoca:  le  regole  del linguaggio non  sono  le  regole  della
realt, che, come abbiamo visto, non pu avere regole certe. Quindi
la  conoscenza scientifica, basata sui segni del linguaggio, ha  un
valore  relativo  e  provvisorio e pu essere  di  volta  in  volta
confermata  o  smentita dall'esperienza, unica  fonte  certa  della
conoscenza umana.

p 249 .

Il "rasoio" di Ockham.
     
I  discepoli di Ockham usavano una formula per indicare  i  criteri
metodologici del loro maestro: Entia non sunt moltiplicanda praeter
necessitatem  ("Non  si  devono  moltiplicare  gli  enti  oltre  il
necessario"). In altre parole: non complicare inutilmente  le  cose
semplici.  Questo criterio  noto come "rasoio di  Ockham",  perch
attraverso   di  esso  il  francescano  procedeva  sistematicamente
all'eliminazione di tutte le questioni "inutili" che avevano tenuta
occupata  la  mente  dei  filosofi. Se la conoscenza  si  fonda  su
elementi  semplici, gli enti individuali, ed   immediata,  non  ha
senso  disperdersi  nelle dispute sulla natura  della  sostanza,  o
sulle  cause e su tutte le altre questioni metafisiche, dalle quali
non sar mai possibile trarre alcun vantaggio per la conoscenza.
     
La rottura con la tradizione scolastica.
     
La  Scolastica  era  nata come organizzazione e  codificazione  del
sapere, al fine di trasmetterlo nelle scuole.
     Per   Ockham  non  esiste  un  sapere  da  organizzare  e   da
trasmettere,  dal momento che, per quanto riguarda le verit  sulle
questioni divine, l'unica via percorribile  quella data dalla fede
e  dall'obbedienza  all'insegnamento della  Chiesa  e,  per  quanto
riguarda  la  conoscenza della realt creata, l'unico  criterio  di
verit  rappresentato dall'esperienza.
     In questo Ockham non solo ripropone il relativismo dei sofisti
e  il  rifiuto  scettico  di una Verit assoluta,  ma  anticipa  il
pensiero empirista che si svilupper in Inghilterra qualche  secolo
pi tardi.

